|
Il problema degli incendi boschivi in Italia suscita
ormai da qualche anno un interesse non più
limitato ai soli addetti ai lavori. La crescita della
sensibilità collettiva ai problemi della tutela
naturalistica, l'attenzione dei mezzi di informazione,
la portata dei danni economici arrecati dal fenomeno,
hanno contribuito sensibilmente ad aumentare le forze
impegnate, soprattutto d'estate, a ridurre la frequenza
e l'estensione degli incendi boschivi.
Se fino a pochi anni fa il compito di tamponare l'emergenza
era affidato esclusivamente alle esigue forze del
CFS e dei VVFF, costretti ad operare in condizioni
di estremo disagio e con mezzi insufficienti, oggi
esistono strutture operative che dirigono gli interventi
su scala nazionale, coordinando tra loro, oltre ai
corpi già citati, i mezzi della Protezione
Civile, dell'Esercito, degli Enti Locali e del volontariato.
Tuttavia i dati offerti dall'esperienza tecnico-scientifica,
mostrano con estrema determinazione come il danno
arrecato dagli IB sia proporzionale al tempo intercorso
tra l'inizio del focolaio e gli interventi di spegnimento.
Si dimostra, perciò, più efficace una
presenza diffusa sui territori a rischio di presidi
antincendio, che non un massiccio uso di mezzi che
non sia in grado di intervenire in tempo utile sul
fuoco.
L'attività di un presidio AIB può inoltre
sviluppare un sistema integrato di prevenzione, controllo
e repressione, con particolare riguardo ai fenomeni
dolosi che rappresentano la maggior parte della casistica,
svolgendo inoltre iniziative di sensibilizzazione delle
popolazioni locali sui rischi da evitare .
Cause principali di incendio boschivo
Perchè un incendio si sviluppi sono sempre
necessari gli elementi che costituiscono il cosiddetto
"triangolo del fuoco", cioé il combustibile
(paglia, legno, etc.), il comburente (l'ossigeno)
e la temperatura di combustione.
Mentre i primi due elementi sono sempre disponibili,
la temperatura necessaria all'accensione é
presente solo in determinate condizioni.
Se in climi equatoriali la decomposizione della sostanza
organica ad opera degli enzimi sviluppa molto spesso
il potenziale calorifico sufficiente per l'autocombustione
(e ciò rappresenta un importante fattore di
regolazione dei sistemi forestali) alle nostre latitudini
la possibilità di un simile evento non esiste.
Le cause naturali di incendio possono essere attribuite
o alla concentrazione di raggi solari attraverso una
goccia di resina o di rugiada (evento quanto mai improbabile
e mai verificato direttamente) o all'accensione provocata
da fulmini in assenza di pioggia (fenomeno non raro
che, comunque, non sembra essere causa rilevante di
danni).
Tutti gli altri fenomeni vanno attribuiti direttamente
all'uomo, dividendo la casistica in episodi accidentali,
colposi e dolosi.
Cause accidentali
Un corto circuito, un motore che si surriscalda, le
scintille di strumenti da lavoro, possono alle volte
costituire l'inizio di un focolaio. Gli incendi così
causati vengono definiti accidentali.
Cause colpose
La più frequente é la cicca o il cerino
gettati dalle auto (nelle strade a grande scorrimento
lo spostamento d'aria creato dalle vetture può
alimentare le fiamme), ma anche i focolai da pic-nic
lasciati incustoditi possono innescare pericolosi
incendi.
Più grave il problema delle discariche abusive,
tollerate dalle amministrazioni locali, alle quali
qualcuno dà quasi sempre fuoco, magari per
ridurne il fetore.
Ancora più frequente e con conseguenze estremamente
pericolose, é l'abitudine di eliminare le erbe
infestanti appiccandovi intenzionalmente fuoco. Tale
pratica, da scoraggiare severamente, confina con il
dolo, anche se applicata ingenuamente talvolta anche
da personale istituzionalmente preposto alla pulizia
di strade o verde pubblico.
Cause dolose
Come nel caso della "ripulitura" con il
fuoco appena trattata, anche l'abitudine di bruciare
le stoppie residue dei raccolti di graminacee, rientra
in una categoria che é difficile da classificare
come colposa o dolosa.
Il fuoco viene appiccato con intenzionalità,
ma l'obiettivo della distruzione non é quello
di distruggere il bosco. Tuttavia, essendo quasi conseguente
la propagazione delle fiamme ai dei complessi boscati
confinanti con i coltivi incendiati, viene da pensare
che talvolta vi sia l'intenzione di guadagnare terreno
coltivabile. Una anacronistica riproposizione della
pratica del debbio comune alle civiltà agricole
primitive.
L'incendio delle stoppie é, in alcune regioni,
la causa principale di incendio boschivo, e seppure
vietata, rappresenta una pratica assai difficile da
eliminare. Il sistema che sembra aver dato i migliori
risultati é quello di un controllo preventivo
accurato e costante, con punizioni esemplari per i
trasgressori, unitamente ad una campagna di informazione,
specialmente fra gli agricoltori più giovani,
in cui si spieghi come il fuoco possa essere la causa
principale del depauperamento dell'humus e del degrado
idrogeologico delle superfici coltivabili.
La pratica di togliere lo spazio al bosco per tramutarlo
in pascolo é tipica di certe forme di pastorizia.
Inoltre in parecchie regioni c'é l'uso consolidato
di bruciare il fieno seccatosi durante l'estate per
favorirne la ricrescita alle prime piogge. Tale pratica,
seppure non così frequente come quella di bruciare
le stoppie, é tuttavia quella che provoca maggiori
danni al patrimonio boschivo. Mentre il contadino
brucia le stoppie il più delle volte prendendo
elementari precauzioni che salvaguardino quantomeno
la propria casa e le coltivazioni ortofrutticole che
la circondano, il pastore sceglie le condizioni metereologiche
(vento forte, siccità estrema, pendenza del
terreno), che rendano l'incendio il più distruttivo
possibile. Purtroppo in tali casi, vuoi per le abitudini
culturali connesse alla pastorizia, vuoi per l'inaccessibilità
dei luoghi colpiti, vuoi per i metodi che vengono
usati, é estremamente difficile prevenire e
reprimere tale fenomeno. Per ridurre i rischi derivanti
da tale pratica può essere utile capire preventivamente
quali saranno le aree colpite e mettere in atto opere
difensive nei confronti della vegetazione arborea
circostante (ad esempio creazione di sterrati, ripulitura
delle fasce perimetrali, etc.)
Un fenomeno accertato in zone ricche di selvaggina
(soprattutto Ungulati come Cinghiali, Daini e Caprioli)
é l'incendio di zone boscose e cespugliose
per provocare lo spostamento della fauna in zone più
propizie alla sua cattura. il danno che tale atto
comporta alla biocenosi é talmente grave che
solo pochi spregiudicati bracconieri ancora lo praticano.
A parte gli incendi appiccati per vendetta, ormai
limitati alle zone più marginali ed arretrate
del nostro Paese, altri incendi per pura soddisfazione
emotiva vengono appiccati dai piromani. Senza entrare
nella casistica psichiatrica e nelle interpretazioni
psicodinamiche di tale fenomeno, è un dato
palese che esso viene sempre causato da individui
con equilibrio psichico assai precario, e che sono
quindi facilmente individuabili (anche per l'ossessività
ripetitiva dei particolari) e per questo riportabili
alla ragione senza ricorrere a misure estreme, che
possono essere comunque paventate al colpevole una
volta individuato.
Per ultima citeremo la causa che forse ha causato
più danni al patrimonio boschivo italiano negli
anni '50 e '60.
Ci riferiamo alle distruzioni dei boschi con intenti
speculativi in campo edilizio.
Per prevenire tale crimine dal 1975 una legge pone
sui terreni percorsi dal fuoco il vincolo di assoluta
inedificabilità sino alla naturale ricostituzione
del manto boscato, anche in presenza di varianti che
modifichino la destinazione d'uso dei fondi colpiti.
Ciò dovrebbe far decadere ogni interesse per
lo speculatore scoraggiandone gli intenti, ma, purtroppo,
in gran parte del nostro Paese, non esiste alcuna
mappatura dei terreni percorsi dal fuoco ed è,
pertanto, assai difficile imporre i vincoli.
|
|