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Qualche mese
fa, poco dopo che l'ANPAS (Associazione Nazionale Pubbliche
Assistenze) si era trasferita presso la nuova sede che
si affaccia sul Viale degli Astronauti, un diciassettenne,
figlio della nostra comunità, durante lo struscio
domenicale, alzando gli occhi verso l'alto, aveva incrociato
lo striscione che indicava gli uffici della Pubblica
Assistenza. Sul telo bianco c'era una scritta e anche
un nome: Italo Capobianco. Il ragazzo non sapeva chi
fosse, né perché i responsabili della
sede locale gli avessero intitolato l'Associazione.
Per colmare questa lacuna, eccoci qui, davanti alla
tastiera del computer, cercando di dare un energetico
alla memoria di coloro che tendono a dimenticare, e
soprattutto di piantare un seme di testimonianza nella
mente di coloro che sono ancora troppo giovani per sapere.
Italo Capobianco era nato il 1° novembre 1954. Dodici
anni fa (già dodici anni!), il 13 ottobre 1995,
un venerdì mattina, il suo cuore smise di battere,
e, nonostante il pronto intervento della "sua"
ambulanza, che, record ancora imbattuto, in circa nove
minuti trasportò il suo corpo agonizzante presso
l'ospedale di Avellino, non ci fu nulla da fare. Non
riuscì, Italo, a festeggiare il 41esimo anno
di età. Lasciò tre figli, nemmeno troppo
grandi, e due in viaggio. Infatti, mentre la sua vita
andava spegnendosi nell'ambulanza, all'ospedale, nel
reparto di maternità, sua moglie, con la flebo
infilata nel braccio, attendeva che altre due vite venissero
alla luce. Ma chi era Italo Capobianco, e perché
la comunità di Montemiletto ha il diritto e il
dovere di rinfrescarne il ricordo e di tramandarlo agli
"sbarbatelli", che adesso si affacciano alla
vita sociale della nostra piccola comunità? Capobianco
rappresenta il prototipo della persona umile, semplice,
diretta, schietta, forte e con un cuore generoso. Un
grande cuore. E se il lettore, leggendo quanto viene
scritto, dovesse pensare che questo rassomiglia ad un
panegirico, si sbaglia. Perché questa è
storia. Capobianco lavorava sodo per mandare avanti
la famiglia. Ma, ecco il primo segno della sua generosità:
trovò il tempo per aiutare il prossimo. Intercettò
altri che come lui desideravano dedicarsi al volontariato.
Siamo negli anni '80, e i volontari, almeno nei piccoli
centri, erano ancora figure rare e a volte venivano
visti come personaggi bizzarri. Quantomeno da tenere
sotto osservazione. Lui e pochi altri diedero vita all'Associazione.
Se ne innamorò, Italo, a tal punto che, durante
i turni, per non trascurare eccessivamente la famiglia,
e, in particolare, la moglie, se la "trascinava"
dietro. Era consuetudine imbattersi nel suo viso forte
e spigoloso, con il cappello in testa e il giubbotto
arancione del volontario sulle spalle, insieme alla
moglie appunto, presso lo stadio Fina di Montemiletto,
durante il campionato di calcio dei dilettanti, mentre
era di servizio con l'ambulanza. L'ambulanza l'amava
in seconde nozze. La guidava con amore e piacere, ed
era bravo al volante. Da una breve indagine è
risultato che ancora oggi, a distanza di dodici anni,
il record di percorrenza da Montemiletto all'ospedale
di Avellino, è ancora saldamente il suo. Italo,
con quella faccia da duro, rassomigliava a un siciliano
catapultato per caso sulle dolci colline irpine. In
verità, aveva un cuore generoso e altruista.
Un cuore da volontario nel vero senso della parola.
Il suo impegno all'interno dell'Associazione, fino a
quel tragico venerdì, è stato costante
e totale. Lui non si sentiva un part-time della Pubblica
Assistenza di Montemiletto. La considerava, anzi, una
sua creatura. Profilo basso e tanta umiltà. E
sempre in prima fila quando c'era da andare e da lavorare.
Era stato uno dei primi a recarsi ad Alessandria durante
la tragica alluvione. Impegnato e fiero di essere tra
coloro che avevano istruito l'iter per far venire i
bambini di Cernobyl a trascorrere un periodo di vacanza-salute
presso le famiglie di Montemiletto. Cappello in testa,
sigaretta Multifilter in bocca e giaccone arancione
addosso. Con quei baffi di ferro montati da madre natura
tra naso e bocca. L'ultima della famiglia ad averlo
visto vivo è stata Gerarda, la prima dei cinque
figli di Capobianco. Perché a Torre le Nocelle,
quel venerdì 13 ottobre, dopo una chiamata di
urgenza, insieme agli altri volontari, arrivò
anche lui. E, mentre svolgeva con diligenza le sue mansioni,
la figlia dall'interno del pullman che la portava a
scuola, lo vide e lo chiamò. Gli chiese se avesse
freddo, intuì che il papà, pur così
forte, quella mattina sembrava sofferente. C'era soprattutto
quella maledetta tosse che da un po' non lo lasciava.
Lui la tranquillizzò e continuò a dirottare
il traffico per evitare ingorghi. E' stata l'ultima
immagine che sua figlia conserva nei cassetti della
memoria. Dopo dieci minuti, mentre con la propria auto
faceva ritorno in sede, a due chilometri da Montemiletto,
si fermò perché il cuore era come impazzito
nel suo petto. L'ambulanza e i colleghi che seguivano
a breve distanza compresero la gravità della
situazione e, come abbiamo già detto, in un lampo
lo portarono in ospedale. Ma, la morte aveva segnato
il suo primato. Italo Capobianco non era più
di questo mondo. Le due bambine nacquero dopo qualche
giorno. La morte e la vita che si incrociano nei misteri
indecifrabili del destino. Di lui la figlia maggiore
conserva il ricordo delle mani. Grandi, forti, ruvide
per il duro lavoro, ma anche calde, protettive. Chi
partecipò ai funerali ricorderà la camera
ardente presso la sede della Pubblica Assistenza, e
il mare arancione di berretti e giubbotti che l'accolsero
con le lacrime agli occhi quando la bara fu portata
in chiesa. I giovani volontari, sarebbe opportuno che
di Italo Capobianco ricordassero il disinteresse, la
gratuità, l'amore e l'impegno che metteva nel
fare volontariato. Ai montemilettesi, solo una preghiera:
non dimenticate i vostri figli più generosi.
Come Italo Capobianco.
di Costantino Ciriello |
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